QUESTIONE D’APPARTENENZA 01 2015, 150 x 220 cm - Stampa digitale su White back intagliata e sospesa
QUESTIONE D’APPARTENENZA 02 2015, 150 x 720 cm - Stampa digitale su White back intagliata e sospesa
QUESTIONE D’APPARTENENZA 03 2015, 300 x 150 cm - Stampa digitale su White back intagliata e sospesa

Questione d’appartenenza

L’abitare informale

DESCRIZIONE

Costruzione di una psicogeografia dei luoghi. Incursioni nella città. Su questa linea si muove il lavoro di Eugenio Tibaldi nel workshop al Vico. L’artista  fa compiere agli studenti e agli accompagnatori adulti (professori del liceo e volontari) una serie di “derive” situazioniste nei quartieri del centro storico della città volte alla costruzione di una psicogeografia dei luoghi.  Attraverso l’osservazione e la riproduzione fotografica col cellulare di tutti gli elementi che compongono i fronti stradali e gli spazi immediatamente ad essi pertinenti,  si vuole sollecitare una sempre maggiore consapevolezza dei processi e delle relazioni che caratterizzano gli ambiti informali (e per contrasto, anche quelli formali) del centro storico di Napoli.

L’abitare informale\infernale a Napoli

Fabrizio Tramontano

Dai bassisti agli scantinatisti, dalle politiche sulla casa condotte negli anni trenta con gli sgomberi e l’apposizione di targhe in marmo sui bassi (tutt’ora ancora regolarmente abitati):  TERRANEO NON DESTINABILE AD ABITAZIONE, alla demagogica delibera comunale del ‘93 che sancisce “l’inabitabilità delle Vele” (anche queste ancora abitate da un centinaio di famiglie occupanti), si sviluppa la parabola dell’abitare informale\infernale a Napoli, dal centro alla periferia.

 

Il basso e le politiche di “Risanamento”.
E’ un tipo abitativo fuori da qualsiasi standard perché occupa locali al piano terra monoaffaccio, e, destinati un tempo ad uso di deposito o di negozio\bottega artigiana. Corrisponde ad un modo di abitare certamente “informale” perché “modella, occupa e genera lo spazio secondo principi quali spontaneità e autorganizzazione” (cfr. L. Lutzoni, Informalità e progetto urbano. Spazi di relazione tra formale  e informale: prospettive per il progetto della città, tesi di Dottorato, Universita di Sassari 2011), istituendo, inoltre, una serie complessa di relazioni che superano l’ambito spaziale della strada e del quartiere per coinvolgere “l’organizzazione culturale, economica, sociale e politica della città”. 

Si è sviluppato a Napoli, fin dal Medioevo come abitazione d’emergenza, a seguito dell’inurbamento di masse di contadini indigenti che il patrimonio residenziale cittadino non era in grado di accogliere, e ancora oggi largamente presente nel cento storico della città. Altre emergenze a seguito delle crisi abitative causate dalle guerre e dal terremoto del 1980 ne hanno determinato la ricolonizzazione da parte di popolose famiglie del sottoproletariato urbano, divenendo al contempo, in misura sempre crescente, il primo alloggio degli immigrati appena giunti in città.

E’ solo con le epidemie di colera dell’800 che il basso viene riconosciuto per la prima volta come un problema sanitario, oltre che abitativo, trovandosi la maggior parte di queste abitazioni a ridosso del porto nel cosiddetto “Basso Napoli”. Si tratta questa volta non di un tipo di alloggio, ma di un’area, o un insieme di aree, poste poco al di sopra del livello del mare, dove le fogne hanno ridotta pendenza e arrivano ad inquinare l’acqua da bere. Com’è noto, a seguito della terza di tali epidemie di colera, nel 1874, si è avviato un processo di ristrutturazione ed infrastrutturazione urbana (il risanamento della città di Napoli) realizzandosi contestualmente pure un cospicuo numero di rioni e alloggi operai e borghesi, che hanno determinato una riduzione degli alloggi più precari e insalubri che in quell’anno si censiscono nella consistenza di 22.785 stanze abitate da 105.257 persone. Cioè da 4,6 abitanti per vano (lo standard della Modernità è quello di riservare una stanza per ogni individuo). Le demolizioni riguardano comunque 17.000 abitazioni, 56 fondaci, 144 strade e 64 chiese e la deportazione ope legis, tra gli altri, di 13.000 pescatori di Santa Lucia verso i quartieri del Vasto, lontano dal mare, oppure ad affollare il soprastante Pallonetto. La letteratura verista denuncia l’inefficacia di tale politica urbana che continua pure durante il fascismo con lo sgombero e l’apposizione delle summenzionate targhe ai bassi sgomberati.

Un’azione analoga “formalizzatrice” è svolta dalle squadre del comune nelle Vele con la rimozione della scala di collegamento degli alloggi sgomberati ai ballatoi centrali di servizio. Le famiglie che ancora oggi vivono nelle Vele, anche in alcuni dei box-auto – prendendo così l’appellativo di “scantinatisti” - non sono ancora state sgomberate in quanto occupanti e non aventi diritto ad un alloggio sostitutivo.

L’abitare e le politiche economiche e sociali della città

L’avvenuto superamento oggi nella cultura urbana di una prospettiva di contrapposizione tra ambito formale e informale della pianificazione urbana e l'assunzione di una dimensione relazionale viene affrontata tra i primi pensatori e filosofi da Michel Foucault (Foucault M. (1977), Microfisica del potere: interventi politici, Einaudi, Torino) attraverso l'analisi delle relazioni di potere. Foucault oppone alla prospettiva della sovranità calata dall'alto, tipica di un approccio formale, quella di un potere decentrato e informale che segue la vita nella quotidianità e nelle sue apparenti casualità. Si tratta di un insieme di micropoteri diffusi a un livello del quotidiano capaci di instaurarsi nella società e nelle forme della cultura e del sapere. E’ grazie a questi micropoteri che si è però iniziato da parte dell’allora sindaco\sovrano di Napoli demagogicamente a demolire le Vele – un bene pubblico di notevole interesse architettonico, sebbene di difficile gestione a causa delle dimensioni del complesso abitativo - e si sono costruiti nell’arco di un ventennio degli alloggi sostitutivi cedendo alle richieste di anonimato tipologico e architettonico dei cittadini-ex velisti aventi diritto alla nuova abitazione. L’edificio, anche se di pregio architettonico, non è dunque considerato una risorsa ma il nemico. Il capro espiatorio offerto dalla politica colpevole di aver gestito male tutte le fasi, dal concepimento del piano 167, alla realizzazione e criminale manutenzione di questo complesso in una delle aree più problematiche della città.

Si insiste sul parallelo tra i bassi del centro storico e le “nuove” edificazioni destinate agli abitanti degli stessi – siano essi le Vele o l’ edificio di Taverna del ferro del dopo terremoto, poiché si è usata spesso la metafora della volontà di riprendere la tipomorfologia insediativa del‘vicolo’cioè la sua conformazione spaziale senza tener conto appunto delle relazioni che necessariamente devono associare l’abitare con le politiche economiche e sociali della città.

Emerge dunque come l’intervento sullo spazio al confine tra formale e informale implichi l’assunzione di una consapevolezza dei processi e delle relazioni che caratterizzano i due ambiti. Nicholas Bourriaud nel volume Estetica relazionale fornisce una chiave di lettura di questa zona. Il sociologo e curatore francese definisce nel 1998 una certa arte che si sviluppava in quegli anni come l'"insieme di pratiche che prendono come punto di partenza teorico e pratico l’insieme delle relazioni umane e il loro contesto sociale, piuttosto che uno spazio autonomo e restrittivo" (Bourriaud N. (1998), Esthétique relationnelle, Les Presses du Réel, Dijon, trad. it., Estetica relazionale, Postmedia, Milano, 2010.)).

 

Questione d’appartenenza
Costruzione di una psicogeografia dei luoghi. INCURSIONI nella città

Su questa linea si muove il lavoro di Eugenio Tibaldi nel workshop al Vico. L’artista  fa compiere agli studenti e agli accompagnatori adulti (professori del liceo più volontari) una serie di “derive” situazioniste nei quartieri del centro storico della città volte alla costruzione di una psicogeografia dei luoghi.  Attraverso l’osservazione e la riproduzione fotografica col cellulare di tutti gli elementi che compongono i fronti stradali e gli spazi