Seconda Chance, vista dell'installazione foto bg
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Seconda Chance

a cura di Andrea Busto

DESCRIZIONE

Seconda chance è frutto di una lunga permanenza di Eugenio Tibaldi nel quartiere di Barriera di Milano a Torino, esplorato nei suoi aspetti più eterogenei: dalla storia alla società fino
alla presenza architettonica delle vecchie fabbriche, da tempo nell’interesse dell’artista:


«Ho sempre pensato – dichiara Tibaldi – che l’architettura diventi una forma di arte nel momento in cui tradisce e sconfessa il progetto iniziale e comincia a vivere di vita propria sconfiggendo il binomio forma-funzionalità. Allo stesso modo, interi quartieri cambiano pelle e si ridisegnano».

Questa descrizione si adatta perfettamente al quartiere di Barriera di Milano.
Nato a metà dell’Ottocento come una porta della cinta daziaria – era uno dei varchi che consentivano l’accesso a Torino – uno sbarramento, un confine, ma anche l’ingresso in città. Nei decenni successivi, Barriera – come viene comunemente indicata – ha mantenuto questo aspetto di luogo di “approdo”: nel secondo Dopoguerra con la chiamata alla fabbrica di manodopera operaia proveniente in prevalenza dal Sud Italia e poi, negli anni Novanta, con i flussi migratori dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa Orientale. L’ampia area di questo quartiere oggi si presenta come un caleidoscopio in cui si susseguono case d’epoca, vecchie fabbriche dismesse vicine ad altre in via di riconversione e nuovi edifici residenziali. Un tessuto urbano oggetto di un ambizioso programma di riqualificazione dello spazio pubblico che ne sta lentamente cambiando la fisionomia. 

Eugenio Tibaldi ha scelto di costruire una mostra che nasce dal contatto con gli abitanti, intesi come “ossatura” del quartiere stesso e attivatori diretti della trasformazione sociale- economica ed estetica che vi è stata e che è in atto in questi anni.
Il percorso espositivo racconta attraverso oggetti, storie e persone un cambiamento che, come afferma l’artista «reca le tracce di tutti i passati e di tutte le culture». Tibaldi utilizza oggetti dimenticati e dismessi, a cui dona una seconda possibilità di lettura, “miscelandoli” sia con i suoi lavori più recenti, sia con opere appositamente pensate per la mostra.

Dalle mappe generate dal confronto con le persone del quartiere fino ai lavori dedicati alla banda Cavallero, l’artista crea un percorso forte ed evocativo al tempo stesso. Ne risulta un progetto espositivo in cui i dati di partenza non sono utilizzati mai in chiave archivistica, ma rielaborati come se fossero colori di una tavolozza con cui tracciare un dipinto o una linea utopico-analitica del momento storico in cui viviamo.